Tiene ancora banco nel settore la questione del limite di 100 euro settimanali per le ricariche dei conti di gioco online effettuate tramite PVR.
Tra concessionari, operatori e titolari di punti vendita continua, infatti, a emergere una domanda piuttosto semplice: perché proprio 100 euro?
Qualora la misura fosse stata introdotta con l’obiettivo di rafforzare la tutela del giocatore e presidiare ulteriormente il sistema regolato, osservando il funzionamento complessivo del comparto, la ratio di una soglia così contenuta resta, per molti addetti ai lavori, difficile da interpretare.
Va chiarito subito un punto: il tema non riguarda la raccolta effettuata attraverso la rete delle agenzie terrestri, che operano già nel pieno rispetto della normativa vigente, compresa quella in materia di antiriciclaggio.
Il confronto nasce piuttosto dal funzionamento del canale online.
Le ricariche effettuate tramite PVR alimentano, infatti, conti di gioco online autorizzati, aperti presso concessionari che operano sotto la vigilanza di Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e sottoposti a procedure obbligatorie di identificazione del giocatore e di adeguata verifica della clientela.
In altre parole, il conto online è sempre riconducibile a un soggetto identificato e tracciato.
Proprio per questo motivo nel settore continua a emergere una riflessione: se l’obiettivo è rafforzare i presidi di tutela del giocatore, perché fissare una soglia così bassa proprio su un canale che, per sua natura, è già pienamente tracciato?
Il tentativo di trovare una spiegazione
Nel tentativo di comprendere quale potesse essere la reale ratio alla base della scelta della soglia dei 100 euro settimanali, diversi operatori del settore hanno provato a individuare una spiegazione tecnica plausibile.
Tra le varie ipotesi analizzate, una delle poche che — seppur con molte riserve — potrebbe offrire una plausibile chiave di lettura riguarda il collegamento con la normativa sull’utilizzo del contante.
Considerando che i concessionari online attualmente operativi sono circa cinquanta, qualcuno ha ipotizzato che consentire una ricarica di 100 euro per ciascuna concessione potrebbe teoricamente permettere a un giocatore di movimentare fino a circa 5.000 euro complessivi (100 euro per ogni concessionario on line), valore che si avvicina alla soglia prevista dalla normativa sul contante pari a 4.999 euro.
Si tratta, tuttavia, di una spiegazione che appare più come una forzatura interpretativa che come una reale giustificazione tecnica della misura.
Il motivo è piuttosto semplice: i sistemi dei diversi concessionari non comunicano tra loro e non esiste attualmente un protocollo in grado di monitorare in maniera trasversale le ricariche effettuate dallo stesso giocatore su piattaforme appartenenti a operatori differenti.
Il nodo dei controlli AML
In questo scenario, un giocatore potrebbe acquistare ricariche da 100 euro presso diversi PVR collegati a concessionari differenti, arrivando nell’arco della stessa settimana a movimentare importi complessivi prossimi alla soglia dei 4.999 euro, pur rispettando formalmente il limite previsto per ciascuna piattaforma.
Ma c’è di più.
Una dinamica di questo tipo rischierebbe di produrre un effetto opposto rispetto alla finalità dichiarata della misura, cioè il rafforzamento dei presidi di gioco responsabile.
Per utilizzare le ricariche acquistate presso concessionari diversi, infatti, lo stesso giocatore sarebbe inevitabilmente portato a registrarsi su più piattaforme di gioco, aumentando il numero dei propri conti attivi.
In altre parole, invece di limitare l’esposizione al gioco, il sistema potrebbe finire per ampliare la presenza dello stesso giocatore su più operatori, con il rischio di incrementare il volume complessivo di gioco su base settimanale e mensile.
Ed è proprio su questo punto che nel settore si sta aprendo una riflessione sempre più ampia: se la finalità della misura è rafforzare la tutela del giocatore, il limite dei 100 euro applicato alla singola concessione è davvero lo strumento più efficace per raggiungere questo obiettivo?
Un aspetto che assume particolare rilevanza se si considera che il settore del gioco è soggetto alla normativa antiriciclaggio (D.Lgs. 231/2007), che prevede il monitoraggio delle operazioni, l’individuazione di operazioni frazionate e, nei casi previsti, le segnalazioni all’UIF.
In assenza di un sistema di comunicazione tra le diverse piattaforme dei concessionari, diventa però estremamente difficile — se non di fatto impossibile — ricostruire il quadro complessivo delle operazioni effettuate da uno stesso giocatore nell’arco di un determinato periodo di tempo.
Di conseguenza, anche l’individuazione di possibili operazioni frazionate o il superamento di determinate soglie di attenzione previste dai presidi AML rischierebbe di diventare molto più complessa, proprio perché mancherebbe una visione unitaria dell’ammontare complessivo delle operazioni effettuate dal giocatore nel corso della settimana.
L’impatto economico sul sistema
Nel frattempo, dal confronto con concessionari e titolari di PVR emerge anche un’altra preoccupazione: l’introduzione di questo limite potrebbe comportare un calo della raccolta tra il 15% e il 18%, con un impatto non trascurabile anche sulle entrate erariali generate dal gioco legale.
Come già sottolineato più volte, una parte dei giocatori continua, infatti, a preferire la ricarica presso il punto vendita fisico.
Ridurre drasticamente questo canale potrebbe spingere una parte dell’utenza a cercare soluzioni alternative, con il rischio che possano riemergere spazi per offerte di gioco non sempre riconducibili al circuito legale.
Il dibattito resta quindi aperto: quale sarà il reale effetto di questo limite sul mercato e sull’equilibrio complessivo del gioco regolato?
Il futuro dei PVR
Ed è proprio qui che il confronto nel settore si fa ancora più intenso.
Se il limite dei 100 euro settimanali dovesse realmente produrre gli effetti che molti operatori iniziano a ipotizzare, la conseguenza più immediata potrebbe essere una riduzione significativa della rete dei PVR, con numerosi punti vendita che potrebbero decidere di non proseguire l’attività, anche alla luce di un quadro normativo che spesso, nel dubbio interpretativo, può generare accertamenti e sanzioni.
Uno scenario che solleva una domanda inevitabile.
Se la direzione che sembra emergere dalle ultime scelte regolatorie è quella di ridurre progressivamente il ruolo dei PVR, come si inserisce in questo scenario il percorso normativo costruito negli ultimi anni proprio attorno a questa figura?
Il riferimento è inevitabilmente all’albo dei PVR, la cui disciplina resta oggi legata anche alla decisione del Consiglio di Stato attesa per il 24 settembre, passaggio che nelle intenzioni del legislatore avrebbe dovuto rappresentare uno strumento di regolazione e riconoscimento della rete.
Ma se il numero di PVR dovesse ridursi drasticamente prima ancora dell’effettiva entrata in vigore dell’albo, il rischio è che quel percorso normativo finisca per perdere gran parte della propria funzione.
Ed è proprio questo il dubbio che oggi molti operatori iniziano a porsi: se l’obiettivo finale fosse davvero quello di ridimensionare il ruolo dei PVR, perché negli ultimi anni è stato costruito un impianto normativo e regolatorio che sembrava muoversi esattamente nella direzione opposta, per poi arrivare oggi a una limitazione così incisiva da rischiare di comprometterne, nel medio periodo, la stessa sostenibilità operativa?



